L'interrogazione dello stereotipo
Il luogo della nascita del Male,
la fonte dell'infelicità è l'Uno.
Hanna Arendt
L'uomo esiste solo in quanto coesiste,
è reale solo nell'opposizione io e tu.
Hans Urs von Balthasar
Maschi e femmine sono diversi.
Per riconoscersi.
Alessandro
Lo stereotipo
I primi due lavori prodotti, nell'ambito del progetto Alla scoperta della differenza, uno con un gruppo di soli bambini, l'altro di sole bambine furono intitolati dagli stessi partecipanti Noi forzuti e Il libro delle scarpette di cristallo.
Lo stereotipo, nel lavoro all'interno del grande gruppo, ha una iniziale funzione protettiva. Si tratta dell'utilizzo convenzionale di un'espressione che permette di riconoscersi. Per molti e molte costituisce il punto di partenza reale senza l'affermazione del quale il tragitto che porta alla sua elaborazione non ha motivo di cominciare.
Lasciare allo stereotipo il tempo di esprimersi, senza contrastarlo immediatamente, significa essere disposti a riconoscere la persona così come sceglie o è costretta a presentarsi e ad accettare di cominciare il lavoro da quell'innegabile dato di fatto.
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La casa sul filo
Identità, differenze e relazioni di un gruppo di lavoro
Era già finita l'estate quando, assorbita da mesi dal lavoro sui contenuti di quest'opera, ancora mi interrogavo sul titolo che avrebbe potuto significarne, in modo immediato, il perché... Perché alcune donne e un uomo avevano accettato, pur da posizioni anche molto diverse, di mettere su un medesimo tavolo le loro esperienze? Perché avevano trovato, sebbene a fatica, il tramite di un discorso condivisibile? Perché avevano intrapreso il complesso lavoro di rendere i loro saperi dialogici e confrontabili con quelli di altre e altri?
La casa sul filo, poveretta, un po' scomoda ma con l'impagabile opportunità di poter guardare di qua e di là, è il collage di un singolare intrigo di voci che richiamarono la mia attenzione in uno di quei giorni fitti di riflessione e di scrittura. Il gruppo di bambine e bambini che "assedia" il paese di quattro case in cui vivo, aveva suggerito inaspettatamente un'immagine al mio meditare. Lo stupore della percezione sconvolta dal gioco del girare in tondo fino quasi a cadere, la casa è sul filo!; le preoccupazioni di due bambine intente a scariolare un'inerme gatta sul retro della propria bici, è un po' scomoda poveretta...; gli avvertimenti di una ragazzina al piccolo uscito, al passare di una rara macchina, sulla tranquilla stradina davanti a casa, quando esci guarda sempre di qua e di là...
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La camera ingombra
La camera ingombra si propone come strumento per l'educazione alla relazione attraverso quel particolare aspetto del confronto di genere che è la relazione intima e si rivolge, direttamente e indirettamente, a giovani (il target generazionale è tra i diciassette e i venticinque anni, il modello è quello autoformativo) come sollecitazione e sostegno a possibili percorsi di consapevolezza.
La metafora filo conduttore fa riferimento alla complessità del rapporto amoroso: il senso è quello dell'incombere sull'intimità della relazione di una quantità di presenze incomprese, di "ingombri", che solo il coraggio di conoscere e di significare consapevolmente permetteranno di sciogliere, consentendo alla relazione di "liberarsi", e di approfondirsi, e di esporsi... fino a poter divenire politicamente significativa.
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La scatola delle parole
La scatola delle parole è uno strumento dedicato. E la dedica, a Khaddouj e a Fatna, è il principio dal quale si è sviluppata tutta la sua progettazione e l'attenzione che ha sostenuto la sua realizzazione.
Khaddouj e Fatna sono due donne, madre e figlia, incontrate nelle attività promosse dalla Commissione Mosaico. Marocchine, sono entrambe analfabete nella lingua di origine.
L'analfabetismo non è un problema astratto ma un'esperienza molto concreta.
Si potrebbe definire una condizione, un modo di essere che intride completamente la vita di alcune persone.
Non è solo un deficit culturale, e quindi socio-economico, e un evidente handicap (almeno nel confronto con culture alfabetizzate), ma anche una struttura dell'essere e del pensare che se non è intimamente avvicinata difficilmente potrà evolvere in percorsi di emancipazione dall'ignoranza sostenibili e significativi, ma finirà invece per generare per reazione la produzione di sovrastrutture dell'apprendere incapaci di diventare corpo - sostanza psicofisica e non solo apparato strumentale - di chi se ne serve.
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La salutare cura della differenza e della relazione
contro la violenza incurante dello stereotipo
Domande, scritti e testimonianze per un percorso emancipatorio
La cornice di questo intervento è da collocarsi in un orizzonte antropologico.
Antropologica è, in parte, la mia formazione. Antropologia di genere in particolare, cioè quell'antropologia che studia le differenze tra mondo maschile e mondo femminile, sia nel confronto tra tradizioni culturali e stili di vita molto diversi e lontani tra loro, sia all'interno di culture più omogenee sebbene, essendo nel mondo globalizzato sempre più rara l'omogeneità (ma non certo la massificazione!), si debba parlare piuttosto di interculture che di culture.
Nello svilupparlo utilizzerò La casa sul filo, uno strumento multimediale interattivo pensato in un'ottica femminista come supporto educativo nella prevenzione dei fenomeni di violenza contro le donne.
La violenza contro le donne non è solo lo stupro (e soprattutto non è solo quella rappresentazione dello stupro che continua a essere la più comune - fuori dalle mura domestiche e a opera di estranei), ma è un fenomeno molto complesso dai rilievi fisici, psicologici ed economici. Un fenomeno alimentato da un presupposto culturale il cui radicamento e la cui incidenza continuano a minare possibili evoluzioni dei comportamenti, singolari e plurali, e che richiede, per essere contrastato, una seria comprensione e non superficiali e sporadiche confutazioni.
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Si potrebbe definire la posizione femminista come dis-identificazione delle donne dall'ideale di donna fabbricato dal fallologocentrismo come categoria astratta del femminile. |
Rosi Braidotti, Il paradosso del soggetto femminile e femminista, 1991 |
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Una proposta di lavoro sugli stereotipi
Potremmo definire lo stereotipo come una veste tanto rigida da impedirci di accedere al corpo della realtà che è sempre complesso e pieno di intersezioni, di sfumature, di paradossi.
La stereotipizzazione è una difesa contro i rischi della complessità.
Non è vero che la realtà è bianco-nera ma questa rappresentazione risponde a criteri di occultamento utili alla sua organizzazione, ad una sua "funzionalità".
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Perché regni l'assopimento occorre evitare tutto ciò che costituisce una differenza. |
Viviane Forrester, La violenza della calma, 1981 |
Difesa in questo caso va intesa come presupposto stesso della cultura dominante, di quello che alcune femministe hanno chiamato fallologocentrismo, cioè predominio dell'ordine simbolico maschile che difende se stesso e la presunzione di conoscenza di ciò che è altro da sé.
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